Il fattore decisivo dell’Amore

La Dottoressa Lorenza Stimamiglio, laureata in lettere moderne , ha approfondito lo studio, anche archetipico e simbolico delle fiabe; ci regala, per l’imminente festeggiamento di San Valentino, una splendida analisi della favola “Quaqua! Attaccati là!”, che ci aiuta a cogliere uno degli aspetti indispensabili in un rapporto di coppia. Grazie Lorenza!

Un re aveva una figlia, bella come la luce del sole (…) ma rimaneva seria e scura in volto. Tutti si provavano a farla ridere ma nessuno ci riusciva

  • Figlia mia, sei arrabbiata?
  • No, no, padre mio
  • E allora, perché non ridi?
  • Non riderei nemmeno se ne andasse della mia vita
  • Brava! Visto che ti sei così intestata a non ridere, facciamo una prova, anzi un patto. Chi ti vorrà sposare, dovrà riuscire a farti ridere
  • Va bene, ma ci aggiungo questa condizione: che chi cercherà di farmi ridere e non ci riuscirà, gli sarà tagliata la testa

(Italo Calvino, Fiabe italiane: Qua, qua attaccati là!)

La questione che si pone in questa fiaba friulana raccolta da Italo Calvino, nel suo lavoro di catalogazione e sistemazione dei racconti popolari regionali italiani (a tutt’oggi l’unico nel suo genere), l’ho trovata sorprendente e nuova, ma di quella novità antica, che è normalmente contenuta nella tradizione popolare, definita da Calvino stesso con una bellissima immagine “il lento ruminio delle coscienze contadine”. Quel buon senso del vivere cioè, che la gente comune ha imparato e trasmette alle generazioni future.

Mi ha sorpreso, ho scritto, ma riflettendo sull’ esperienza che ho accumulato fin qui della vita, l’ho trovata assolutamente vera: perché una relazione d’amore funzioni bisogna essere sintonizzati sullo stesso senso dell’umorismo!

Mi permetto una parentesi etimo- filologica. La parola umorismo è derivante dalla parola latina umor che indica l’umidità. Secondo la medicina scientifica antica (fondata dal greco Ippocrate nel V secolo a.C., unico punto di riferimento in materia per tutto il Medio Evo) ci sono quattro fluidi nel corpo umano, quattro umori appunto, responsabili dei vari atteggiamenti psicofisici dell’uomo, sia momentanei che cronici. Sono stati i francesi i primi, a partire dal 1600, a usare la parola humeur nel senso esclusivo di “attitudine ad afferrare in tutte le cose il lato comico” (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana). Ma la radice comune dei due concetti li mantiene collegati, e per differenziarli noi dobbiamo aggiungere un aggettivo: buon umore, cattivo umore. 

Dunque la notizia notevole è che nelle relazioni d’amore il fattore più importante è la capacità di essere di buon umore insieme! Non tanto l’empatia nella tristezza, quanto nell’allegria; saper ridere insieme, piuttosto che saper piangere insieme! Cosa che è anche più difficile: lo dicono gli attori stessi quando affermano che è molto più impegnativo far ridere il pubblico, che non farlo piangere.

Tornando al racconto, il re padre la sa lunga quando impone questo requisito ai pretendenti della principessa sua figlia. E lei sembrerebbe appartenere allo stereotipo della donna bella ma crudele, quando aggiunge come pena il taglio della testa a chi non lo possiede. In realtà non è proprio così, la principessa ha le sue ragioni: vuole un uomo che abbia la “testa”, ovvero un pensiero competente del rapporto, la capacità cioè di relazionarsi con lei per la comune soddisfazione. Altrimenti ne prende atto e fa tagliare una cosa che non c’è di suo e quindi è inutile.

La voce si sparse per il mondo e tutti i principi e i gran signori volevano provare a conquistare la mano di quella principessa così bella. Ma quanti ci provavano, tutti ci rimettevano la testa. Così passavano gli anni e il re aveva paura di vedersi questa figlia andarsene in spiga come un vecchio cespo di insalata.

Questo è il primo colpo di scena: tra i principi ed i pari della principessa non c’è nessuno che abbia il requisito richiesto! E’ forse destinata a rimanere zitella questa giovane donna? La storia sapientemente ci lascia in sospeso, abbandona la corte del re e ci porta in un “paesotto” del regno, dove la notizia della prova è arrivata alle orecchie di un ragazzo povero, unico figlio di un ciabattino, per di più deriso dai suoi compaesani per una malattia della pelle molto diffusa in passato, e tipica dell’età giovanile: la tigna capitis (un’infezione fungina del cuoio capelluto che provoca la caduta a chiazze dei capelli). E proprio lui vuole andare a corte a far ridere la principessa! Che follia! Suo padre è disperato e tenta in ogni modo di farlo desistere. Anzi, come purtroppo fanno molti genitori (e mi ci metto dentro anche io) invece di dare fiducia al figlio dubita delle sue capacità, forse per l’istinto di tenerselo vicino, al sicuro dai pericoli dell’avventura della vita:

  • Ci voglio andare io!
  • Ma va là, tu! Non dire sciocchezze figlio mio – fece suo padre
  • Sì, padre, voglio andare a vedere. Domani mi metto in viaggio
  • T’ammazzeranno. Quelli non scherzano
  • Padre, io voglio diventare re!
  • Sì, sì -risero tutti- un re con la tigna in testa!

Il desiderio di diventare re è sempre anche simbolico, non è megalomania. In quasi tutte le fiabe si parla di re e regine, principi e principesse, e di protagonisti di svariate origini che dopo innumerevoli pericoli concludono le loro avventure raggiungendo lo status regale. Chi è il re?  E’ colui che possiede il potere di governare il suo regno. Lo diventiamo ciascuno di noi quando raggiungiamo la capacità di governare la nostra vita, passando dallo stadio della fanciullezza a quello della maturità.

E così, come in ogni favola che si rispetti, il protagonista esce dal suo villaggio, ossia dalla sua condizione originaria di vita (oggi si direbbe la zona comfort), per tentare la fortuna. Allontanandosi dal suo paese viene subito messo alla prova, e fa degli incontri particolari: tre donne ancora più povere di lui, che gli chiedono ciò di cui mancano del tutto, cibo, acqua e denaro. E lui che fa? Quel poco che ha potuto avere dal padre per il viaggio (tre pani, una fiaschetta di vino e tre soldi) non ha obiezioni a darlo a tre persone che incrociano la sua vita (gli sono prossime, ossia vicine, come dice la lingua dei nostri antenati latini) per un breve momento soltanto. Appena intrapresa la sua avventura rimane senza niente! Pagherà un prezzo alto per la sua compassione?

A questo punto c’è il secondo colpo di scena (che non svelo), grazie al quale il nostro protagonista si ritrova in realtà ad avere in cambio qualcosa, di cui al momento non è chiaro cosa possa farsene. E’ un’oca, ma non un’oca qualsiasi, perché insieme ad essa riceve una indicazione particolare su come trattarla, apparentemente incomprensibile, e che giustifica il titolo della fiaba.

Cosa succede dopo lascio a chi legge il piacere di scoprirlo da sé, gustando la divertente fiaba per intero. Mi importa sottolineare che il ragazzo, come non ha avuto nessuna obiezione a donare tutto quello che aveva a quelle tre donne male in arnese, così non ha obiezione a seguire le sopradette indicazioni, dimostrando così di “avere la testa”, nonostante la tigna (del resto la tigna attacca quello che riveste la testa, non quello che contiene). Quel pensare la vita che rende capaci di rapportarsi con gli altri per la soddisfazione di tutti, di cui ho accennato all’inizio, introduce qui un secondo elemento d’importanza fondamentale: la capacità di fidarsi. E’ una modalità che tutti usiamo senza pensarci nella vita quotidiana, altrimenti non potremmo nemmeno accostare alla bocca un qualsiasi alimento senza prima farne le analisi chimiche.

Accenno solo che, come succede a tutti prima o poi, dopo aver incontrato qualcuno di cui può fidarsi, e da cui ottiene qualcosa, il ragazzo viene a contatto con qualcuno che invece vuole ingannarlo e sottrargli quello che ha. Ma grazie alla sua capacità sopra accennata inaspettatamente la situazione si ribalta. Dalla possibilità di un grande danno per lui, ottiene invece il massimo. Se vogliamo provare a quantificare, potremmo ripescare un’espressione efficace usata da Qualcuno di cui non occorre fare il nome: il centuplo. Il nostro protagonista quindi, non solo la sua testa la mantiene sul collo, ma se la vede pure incoronare, non senza che il re padre della principessa provi inutilmente a impedirlo.

Il lieto fine non trascura un ultimo particolare, che, se ancora ce ne fosse stato bisogno, ci fa vedere fino in fondo la reale (compreso il secondo senso della parola: regale!) capacità di buona relazione del protagonista. Che fine ha fatto quel povero ciabattino, padre dell’ormai promesso sposo, che non è stato più menzionato nella storia? Nel finale veniamo a sapere che è rimasto a lamentarsi “sulla soglia della porta, perché quell’unico figlio lo aveva abbandonato”. Ma il figlio, nonostante proprio il padre avesse provato a farlo desistere da quella che si è rivelata essere l’impresa decisiva della sua vita, ora che è divenuto adulto può riconoscerne le virtù oneste (il Decalogo suggerisce la parola: onorarlo), perché in fondo lo ha lasciato partire e gli ha dato i tre doni che sappiamo per il suo viaggio.

 E per celebrare insieme al padre il suo grande successo, il figlio torna al suo paesotto a prenderlo in carrozza, come si conviene a un principe erede:

Lo portò alla reggia, lo presentò al re suo suocero e alla principessa sua sposa e si fecero le nozze.

Troverete la favola su Fiabe Wiki a questo link: https://fiabe.fandom.com/it/wiki/Quaqu%C3%A0!_Attaccati_l%C3%A0!

Autore: Maria Lanzone

Nata a Paterson, New Jersey, la stessa cittadina in cui nacque la Beat Generation. Studiosa, da sempre, di filosofie orientali, olistiche ed esoteriche. Scrittrice, appassionata anche di lingue. Continuo a studiare... Vedi tutti gli articoli di Maria Lanzone

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